Soggetto, predicato, complementi senza troppi complimenti come un pugno sopra i denti. Dai potere alla parola. Cosa significa? Cos’è un libro, cos’è una storia e cos’è un autore? Il narratore deve comparire o il libro deve avere vita propria? Chi ha scritto il Kamasutra? E la Bibbia?

Chi o cosa è un libro?

Il libro, la storia che racconta, sono lo spaccato di un mondo che non esiste. Opera di fantasia, ancorché ispirata, e a volte biografia. Ma le storie, quelle nate dalla fantasia, raccontano di qualcosa che è accaduto a qualcuno che non esiste, spesso con voce terza oppure con voce diretta. Ed è su questa voce terza che mi soffermo un attimo: quanto è importante? Quanto deve essere invadente? Chiaramente ci saranno i pro e i contro l’eccessivo protagonismo della voce narrante, che spesso è quella dell’autore. E qui infine arriviamo al punto: l’autore deve essere materia distinta dal libro oppure ne deve essere l’appendice nella realtà?

L’autore protagonista

Faccio parte di quella corrente di pensiero che considera un libro come un libro. Non importa l’autore, non importa chi è o cos’altro ha scritto, come non importa quanto è simpatico. Importa la storia che ha da raccontare. È chiaro che se non mi piace il suo stile non leggerò altre sue storie, ma questo esula dal suo legame con il libro. Sono un amante del libro senza autore. In questo senso mi domando quanto l’autore, durante la lettura di un libro, sia presente accanto a me. Quanto interferisca il suo modo di fare, di comunicare nella realtà, con quanto ha scritto.

Un autore ingombrante sarà come il genitore ingombrante: suo figlio vivrà sempre sotto la sua ombra, sarà influenzato dalla sua personalità, sarà sempre e solo “il figlio di“, piuttosto che un essere autonomo. E questo penso del libro: il libro deve avere vita propria, la stessa che nelle e dalle sue pagine è stata creata.

Dai potere alla parola

In questo senso ho citato Frankie Hi-nrg MC. “Dai potere alla parola” esprime un concetto che mi è caro: l’uso della parola come mezzo per far vivere una storia. Non per imporla, ma creare un mondo magico in cui tutto ciò che viene narrato può accadere, senza forzature. La magia del libro è tutta qua: consiste nel farti seguire le vicende di una realtà inesistente come se fosse vera. Per questo non è importante saper scrivere una parola, ma serve contestualizzarla, inserirla in un groviglio di passioni, pensieri, immagini e attimi che la rendano perfetta. La parola al centro della storia. La parola, non la voce. Un racconto ascoltato e immaginato al buio, non con la luce dei riflettori sul narratore. Perché sul buio riflettiamo la nostra immaginazione, mentre la luce ci fa vedere solo ciò che va a colpire.

E allora?

Allora niente, tutto qua, tutto in questa espressione che mi rincorre da sempre: dai potere alla parola. Perché la parola è l’elemento base di questo mondo magico di cui lo scrittore è il creatore e che da esso si deve staccare per lasciarlo vivere e risplendere di luce propria. Perché non è lui, non è la storia in sé, ma la parola è ciò che dobbiamo curare prima di tutto quando scriviamo. Perché l’eleganza di un termine o la sua rozzezza hanno il loro ruolo preciso in una storia. Dai potere alla parola.

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